MONASTERO E CHIESA DI SAN BERNARDO
Il monastero cistercense di Fontevivo, fondato nel 1142 e diretta filiazione di Chiaravalle della Colomba, sorge in una zona pianeggiante, in un territorio ricco di fontanili e risorgive, ormai scomparse per l’abbassamento delle falde acquifere. Così come l’abbazia madre, quella di Fontevivo viene edificata in un luogo isolato, caratterizzato da terreni incolti e da risanare affidati al lavoro dei monaci: è infatti all’opera dei cistercensi che si deve il processo di bonifica che ha interessato la zona circostante il monastero, invaso dalle acque insalubri e paludose dei Tari morti. È quasi del tutto scomparsa la memoria delle vicende che hanno interessato il complesso monastico poiché, dopo il passaggio giurisdizionale al monastero di San Paolo fuori le mura, nel XVI secolo, l’archivio è andato, in buona parte, perduto: rimangono alcuni documenti che testimoniano la condizione giuridica del monastero, come la bolla del pontefice Lucio II, del 1144, che conferma al monastero la donazione di terreni da parte del vescovo di Parma, Lanfranco, e quella del pontefice Alessandro III, del 1180, che elenca fra i benefattori il marchese Delfino Pallavicino. L’importante famiglia del Parmense assicura al monastero, nel corso dei secoli, donazioni e protezione: non abbastanza però dal preservarlo dall’invasione delle milizie dell’imperatore Federico II, impegnate, nel 1245, nella preparazione dell’assedio della città di Parma, e alla ricerca di documenti comprovanti trame antimperiali. Il complesso monastico declina rapidamente, con ogni probabilità a causa dell’istituto della commenda (che diminuisce in maniera significativa le entrate economiche) cui viene sottoposto dagli inizi del XV secolo: è l’abate di Cistercium, in visita a Fontevivo, a denunciare la situazione di forte crisi in cui versa l’istituto sia dal punto di vista finanziario sia dal punto di vista architettonico. Le cattive condizioni del monastero devono essere state determinate anche dal passaggio delle truppe di Ludovico il Moro che nel 1483, nel corso della guerra contro Pier Maria Rossi, si stanziano nel complesso monastico la cui posizione, a metà strada fra i castelli dell’Appennino e della Bassa appartenenti al Rossi, si rivela strategica. Dopo numerosi passaggi di proprietà che ne aggravano il processo di decadenza, nel 1605 il complesso monastico viene acquistato da Ranuccio I Farnese. A questi si deve la fondazione di una nuova chiesa poco distante dal monastero, destinata ai frati cappuccini, e un progetto di sistemazione urbanistica, con uno “stradone” a collegamento dei due complessi affidato all’architetto Smeraldo Smeraldi. A cambiare la destinazione d’uso del complesso monastico sarà don Carlo di Borbone che, nel 1733, sul luogo dell’antico monastero, farà costruire un edificio riservato a sede di villeggiatura estiva per il Collegio dei Nobili. Il Collegio viene chiuso nel 1806 e ripristinato, dieci anni più tardi, per volontà della duchessa Maria Luigia.
Dell’importante complesso rimane testimonianza, databile alla seconda metà del XIII secolo, nella chiesa di San Bernardo, costruita secondo i severi moduli stilistici tipici dell’architettura cistercense: di chiara impronta romanica contrasta con la facciata, racchiusa fra due pilastri ottagonali e rimaneggiata nel XV secolo. Nella lunetta del portale è presente un consunto affresco, databile tra la fine del XVII e l’inizio del XVIII, e raffigurante san Bernardo da Chiaravalle. L’interno della chiesa ricorda quello di Chiaravalle della Colomba e conserva una piccola Madonna col Bambino, attribuita dagli storici dell’arte, dopo il restauro, al genio di Benedetto Antelami: per lungo tempo la scultura in pietra, molto ridipinta, è stata considerata solo una brutta copia di quella antelamica presente nel duomo di Fidenza. Da ammirare, nel transetto a sinistra, l’importante lastra sepolcrale (prima posta sul pavimento) di Guido Pallavicino in armi da templare datata al 1301. Di fronte si trova il monumento funebre di don Ferdinando di Borbone progettato da Francesco Martin Lopez (1803), in stile impero con elementi di gusto neorinascimentale come i girali dell’urna.
(F.D.)

I testi sono tratti da: Per antichi cammini. Il Medioevo a Parma e provincia. Milano, Silvana Editoriale, 2003.