Parma all’epoca della Cattedrale


Parma, sorta come colonia romana nel 183 a.C., subisce tutte le trasfomazioni dovute alla presenza di popolazioni barbare e del regno longobardo.
La crisi economica e demografica che interessa questo periodo finisce per modificare anche gli insediamenti ed alterare il tessuto urbano, con la progressiva ruralizzazione degli spazi urbani e l’abitudine di seppellire all’interno della città.

Anche le tipologie edilizie si trasformano completamente e non hanno più nulla delle domus romane e sono ormai simili alle capanne tipiche di queste genti, mentre la pietra e il legno restano prerogativa degli edifici pubblici, in primo luogo delle chiese e tra queste della Cattedrale.
Lo stato di continua belligeranza rende fondamentale il controllo del territorio e, soprattutto, delle vie di comunicazione.
Il periodo di prosperità seguito alla sconfitta dei Longobardi da parte di Carlo Magno non durerà a lungo e la crisi successiva porterà a nuove guerre e all’impoverimento della popolazione, come dimostrano gli esami paleopatologici e paleonutrizionali condotti sul materiale osteologico umano recuperato nelle sepolture.

Anche Parma era dunque una delle semidirutarum urbium,cadaveri di città, descritte da Sant’Ambrogio sulla via Emilia, con mura cadenti, ponti crollati, spazi pieni di rovine, chiese che sorgevano ad aggregare un’umanità spaurita.
Anche Parma deve affidarsi ad un vescovo conte per governarsi, titolo cui si succederanno diversi vescovi della casata dei Canossa.

Con la rinascita del Sacro Romano Impero nelle città rinascono i mercati, le fiere, le tombe dei santi diventano meta di pellegrinaggi. Cresce la ricchezza, la forza militare e la classe dirigente.
Inizia quel rinnovamento che porterà alla nascita di un nuovo potere: il Comune.
Come la Cattedrale, che rimarrà sempre il centro religioso della città, il Comune reinventa il foro romano, si pone al centro della città con i palazzi dei diversi poteri sempre più articolati per funzione ed architetture, che coinvolgevano i cittadini in un nuovo rapporto con il potere.
La vita del Comune è scandita da numerosi conflitti e in particolare con l’Impero (la sconfitta di Federico II e la distruzione di Vittoria, la città che aveva costruito volendola sostituire a Parma, nel 1248) per recuperare autonomie come il battere moneta, il controllo delle strade, la legittimazione dei propri poteri, i mercati.
Le forme della legalità vengono elaborate e garantite dai laureati in legge, dai notai, cancellieri e podestà;  saranno esibite in statuti, pergamene e diplomi muniti di importanti e affascinanti sigilli mentre, fermenti di un perenne sogno di rinnovamento della Chiesa, spingono a rapide evoluzioni culturali e a forti rinnovamenti spirituali. L’organizzazione del lavoro e del commercio si fa con la creazione delle Corporazioni delle Arti e dei Mestieri.
L’aria della città rende liberi si diceva, ma il concetto di libertas, racchiudeva il “privilegio”.
La città diventava luogo privilegiato sulla campagna, i cittadini sui contadini, nei servizi, nell’assistenza, nell’economia per cui i prodotti erano insieme calmierati e protetti nelle esportazioni, nella cultura e nel sapere, nell’adeguarsi ed elaborare nuovi stili e mode originali.

La città di legno, diventa luogo in mattoni dalle calde tonalità o in pietra con propri stemmi, ad incominciare dal “torello” che diventerà rampante, alla croce azzurra in campo giallo, dal partito dei Crociati – guelfi popolari -.
Eppure Parma non riuscirà a creare una propria signoria provinciale e con la fine del libero Comune nel 1346 diverrà quindi territorio periferico e di confine.

La nuova Cattedrale

La fine di un mondo e l’inizio di un nuovo ordine

Il periodo in cui la Cattedrale di Parma venne iniziata (1055) e poi consacrata (1106) fu uno dei più tormentati della storia europea e quindi anche italiana.
Siamo infatti al tempo della cosiddetta “Lotta per le investiture”.
Con questo termine si suole designare l’aspro conflitto che si accese intorno alla questione delle investiture vescovili, la pratica cioè di assegnare ai vescovi poteri e introiti di origine pubblica (iura regalia).

Tale consuetudine affondava nell’età carolingia e fu poi continuata dagli imperatori sassoni, gli Ottoni.

All’interno di questa politica generale, va inserito il privilegio che Ottone rilasciò a Uberto, Vescovo di Parma, nel 962.
Grazie ad esso i successori di Uberto avrebbero potuto governare la città e l’immediato suburbio (ma anche gli uomini residenti sugli ampi possessi che la chiesa locale deteneva nel territorio) imponendo tasse e riscuotendo tributi.
Il Parmense costituiva un punto strategico nella rete delle comunicazioni medievali.

Qui convergevano quegli itinerari che, sotto il nome di Via Francigena o Romea, congiungevano Italia settentrionale ed Europa con Roma e il mondo mediterraneo.

Il controllo di questa area richiedeva scelte oculate.
I vescovi destinati alla cattedra parmense, cioè, dovevano essere fedeli funzionari, e non limitarsi alla dimensione ecclesiastica e alla cura degli interessi locali.
La forte esposizione politica dei vescovi (e quindi anche di quelli parmensi) tendeva ad allontanare i presuli dalla loro originaria funzione pastorale e questo, alla fine, determinò un generale desiderio di riforma dei costumi ecclesiastici che, avvertito all’inizio in ambiente monastico, investì tanto l’impero quanto il papato, entrambi concretamente interessati al buon funzionamento dei poteri vescovili.

Il papato in particolare, sotto la spinta energica di Gregorio VII, seppe sfruttare l’energia del movimento riformatore (a volte confuso con istanze di natura sociale) per rifiutare sempre più globalmente subordinazioni e ingerenze dei poteri laici sulla Chiesa e per esigere che la funzione episcopale, meno sensibile a logiche mondane, fosse più strettamente subordinata al pontefice romano.
Si trattava di questioni, come si può intuire, destinate ad un grande successo in sede politologica.
Quanto alla vita interna della chiesa, iniziò allora il processo tendente ad escludere il laicato dal funzionamento delle strutture ecclesiastiche, sempre più gerarchizzate e protese al rafforzamento della teocrazia pontificia.
Nella riflessione entrarono toni concitati e violenti.
La posta in gioco era alta.
Non si trattava solo di vaghe aspirazioni moralizzatrici, ma anche della gestione di antichi poteri e di cospicue ricchezze.
Le parti in lotta si fronteggiarono senza esclusione di colpi e soprattutto la Chiesa, tramite poderose figure di intellettuali (San Pier Damiani, che studiò per anni presso la scuola capitolare parmense, fu una delle menti più ispirate del partito riformatore romano), avviò una propaganda pronta a ricorrere ad ogni mezzo pur di depotenziare l’avversario.
Ad esempio l’iniziatore della nuova Cattedrale parmense, ilVescovo Cadalo, già cancelliere imperiale di origine veronese e in seguito Antipapa, diventò l’emblema del Vescovo politico e mondano, amante del lusso, scialacquatore dei beni della chiesa, religiosamente incolto, carnale ed effeminato.
Ma nonostante la propaganda, non sappiamo quanto rispettosa della realtà e quanto deformante, Parma restò a lungo, più di altre città, fedele ai propri vescovi a loro volta fedeli al partito imperiale.
Quali le ragioni? Senza dubbio il potere dei presuli parmensi, che nel 1036 avevano finalmente ottenuto dall’imperatore Corrado II il titolo di conti, la capacità quindi di legare a sé individui, famiglie e gruppi attivi in città e in tutto il territorio.
Ma dobbiamo forse mettere anche in conto il desiderio dei parmensi di sfuggire al controllo del potente vicino Bonifacio da Canossa (pronto ad aiutare l’imperatore Corrado II, presente in Parma nel Natale del 1037, a reprimere una rivolta scoppiata in città), e poi di sua figlia Matilde che, schierata col partito riformatore romano, seppe dare coerenza di “stato” ad un coacervo di poteri e di territori assai eterogenea.
Furono anni di radicalismi, di fiere scomuniche, di teatrali pentimenti (l’episodio di Enrico IV a Canossa è ben noto), di contestate nomine di vescovi e di papi, di inaugurazioni di chiese (nel 1106 Pasquale II consacrò il duomo di Borgo San Donnino, la Cattedrale di Parma e quella di Modena).

Anni che alla fine si concluderanno, anche per Parma, con l’abbandono del partito imperiale e il passaggio alla Riforma, tramite la nomina del Vescovo Bernardo degli Uberti, un monaco vallombrosano di origini toscane strettamente collegato a Matilde di Canossa, inviato come legato e vicario pontificio per eliminare le resistenze filoimperiali nell’Italia settentrionale.

Nella drammatica crisi dell’autorità imperiale e dei poteri vescovili ad essa connessi balza tuttavia in primo piano la capacità degli strati più alti della cittadinanza di autogovernarsi.
Il tormentato periodo lascia dunque intravedere la nascita del Comune, destinato a scontrarsi con l’antico potere vescovile, ma all’inizio con esso strettamente intrecciato e quasi confuso.
Lascia anche intravedere le possibilità di un più sicuro controllo della chiesa cittadina sul territorio diocesano, tramite una sistematica rete di pievi, di chiese, di enti religiosi di varia natura che vengono progressivamente censiti e resi sistematicamente tributari del Vescovo.
La monumentale Cattedrale voluta da Cadalo in sostituzione della precedente, distrutta da un incendio, rimanda dunque alla fine di un’età, quella del vecchio potere vescovile incardinato in un ordine politico sovralocale; ma poté trasformarsi subito nel simbolo di un ordine nuovo, che in essa, come nel Battistero che di lì a poco sarebbe stato costruito, poteva dare espressione a nuove forme di religiosità civica.

Da questo momento Cattedrale e Vescovo dovranno misurarsi (e convivere) con l’aggressività comunale, che non rinuncerà ad esibire una forte immagine di sé tramite consistenti trasformazioni urbanistiche: all’antica piazza della Cattedrale, infatti, si affiancherà, ad inizio Duecento, una piazza “civile” in cui verranno collocati i nuovi palazzi del Comune, sede dei nuovi poteri.